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Giovanni Cappelli - Biografia
Giovanni Cappelli, nato nel 1923, era un romagnolo di Cesena dalla solida personalità. Aveva una forza interiore «che gli consente di considerare gli uomini e le cose nella loro condizione diverità», dice di lui il critico Mario De Micheli.
Quando lavorava, la sua concentrazione morale non gli permetteva scappatoie: persone cose vengono raffigurate in modo apparentemente freddo, ma, avverte sempre De Micheli: «Questo non vuoI dire che egli rinunci ad ogni commento, o che dalle sue telee esuli ogni emozione: vuoI dire soltanto che la sua emozione è quella che nasce davanti alle cose, alle situazioni, alle tante contraddizioni della realtà».
Il palcoscenico delle sue raffigurazioni è, infatti, tra i più amari. Non c'è dipinto in cui la presenza di persone e oggetti non paia soffocata da un dolore immanente, senza spiragli di luce; non c'è composizione di nudi in un interno, o di fiori dimenticati, avvolti nella carta di giornale, che non sia segnale di un mondo in cui la disperazione è ormai sinonimo di allucinazione.
Questo di Giovanni Cappelli è il copione di un profondo male esistenziale, che si svolge all' esterno e all'interno di personaggi e cose.
Per sottolineare la situazione angosciante della solitudine, Cappelli giocava tutto sull' esssenzialità spoglia: lo dimostrano spesso i suoi personaggi, seduti in uno spazio vuoto con l'atteggiamento di chi lascia trascorrere passivamente il tempo. Altre volte, con pochi ed efficaci passaggi cromatici e con il segno duro dei contorni, descrive uomini distesi, dormienti, avvolti in lenzuoli che ricordano un sudario. C'è da chiedersi se siano personaggi semplicemente addormentati nella loro povertà, oppure, ormai, poveri fantocci senza vita.
Il successo, comunque, non gli porterà la felicità interiore: «La campagna dei miei ultimi quadri non è più la campagna del lavoro, bucolica e drammatica. Il mio è un ritorno al deserto, agli sterpi secchi. Non è più terra fertile, ma è terra secca, dissanguata ... ». E lo diceva mentre una luce ricca di forza e di calore si rifletteva sul lago, lontano ...
Anche nel corso degli anni ’70 persistono nella pittura di Cappelli immagini iconiche di una civiltà dei consumi, fino alla fase di lavoro più recente, quando affiora pure un bisogno contemplativo, come dimostrano taluni paesaggi, sia quelli gardigiani dipinti dal vero che quelli tratti dalle giovanili memorie adriatiche.
L'artista muore a Milano nel 1994
Brani tratti da
"le tavolozze di Narciso" di Paolo Levi
Quando lavorava, la sua concentrazione morale non gli permetteva scappatoie: persone cose vengono raffigurate in modo apparentemente freddo, ma, avverte sempre De Micheli: «Questo non vuoI dire che egli rinunci ad ogni commento, o che dalle sue telee esuli ogni emozione: vuoI dire soltanto che la sua emozione è quella che nasce davanti alle cose, alle situazioni, alle tante contraddizioni della realtà».
Il palcoscenico delle sue raffigurazioni è, infatti, tra i più amari. Non c'è dipinto in cui la presenza di persone e oggetti non paia soffocata da un dolore immanente, senza spiragli di luce; non c'è composizione di nudi in un interno, o di fiori dimenticati, avvolti nella carta di giornale, che non sia segnale di un mondo in cui la disperazione è ormai sinonimo di allucinazione.
Questo di Giovanni Cappelli è il copione di un profondo male esistenziale, che si svolge all' esterno e all'interno di personaggi e cose.
Per sottolineare la situazione angosciante della solitudine, Cappelli giocava tutto sull' esssenzialità spoglia: lo dimostrano spesso i suoi personaggi, seduti in uno spazio vuoto con l'atteggiamento di chi lascia trascorrere passivamente il tempo. Altre volte, con pochi ed efficaci passaggi cromatici e con il segno duro dei contorni, descrive uomini distesi, dormienti, avvolti in lenzuoli che ricordano un sudario. C'è da chiedersi se siano personaggi semplicemente addormentati nella loro povertà, oppure, ormai, poveri fantocci senza vita.
Il successo, comunque, non gli porterà la felicità interiore: «La campagna dei miei ultimi quadri non è più la campagna del lavoro, bucolica e drammatica. Il mio è un ritorno al deserto, agli sterpi secchi. Non è più terra fertile, ma è terra secca, dissanguata ... ». E lo diceva mentre una luce ricca di forza e di calore si rifletteva sul lago, lontano ...
Anche nel corso degli anni ’70 persistono nella pittura di Cappelli immagini iconiche di una civiltà dei consumi, fino alla fase di lavoro più recente, quando affiora pure un bisogno contemplativo, come dimostrano taluni paesaggi, sia quelli gardigiani dipinti dal vero che quelli tratti dalle giovanili memorie adriatiche.
L'artista muore a Milano nel 1994
Brani tratti da
"le tavolozze di Narciso" di Paolo Levi




