Giuseppe Capogrossi - Bottega Gollini

Giuseppe Capogrossi

La famiglia ha avuto per Giuseppe Capogrossi un’importanza enorme.
Il padre, Guglielmo, apparteneva a un’antica e nobile famiglia romana, quella dei conti Capogrossi Guarna. La madre, Beatrice Tacchi Venturi proveniva da una famiglia originaria delle Marche. 
Un punto di riferimento per l’artista è stato un fratello della madre, Pietro Tacchi Venturi, segretario generale della Compagnia del Gesù e un famoso storico delle religioni.
Finiti gli studi, nel 1918 Giuseppe ha combattuto nella Prima Guerra Mondiale in Trentino. Nel 1922, dopo la laurea in giurisprudenza, lo zio gesuita lo ha fatto entrare nello studio professionale di Giambattista Conti, un affreschista e grafico. Qui ha ricoperto il ruolo di apprendista, ma nello stesso tempo ha disegnato e dipinto dal vero composizioni di oggetti, ha ritratto compagni di lavoro ed eseguito copie dai grandi maestri (Michelangelo, Piero della Francesca).
In quegli anni si è preparato a diventare un grande artista, frequentando molte scuole di pitture e parecchi studi di artisti.

Nel 1927 in una mostra sono comparse per la prima volta delle sue opere di piccolo formato: un “Autoritratto”, qualche paesaggio e alcune vedute di Roma. 
Tra il 1927 e il 1931 ha fatto molti viaggi a Parigi.
Nel 1930 gli è stato finalmente permesso di partecipare ad un’importantissima esposizione: la Biennale Internazionale d’Arte di Venezia. 
Nel 1932, alla III Mostra del Sindacato Regionale Fascista Belle Arti del Lazio, ha esposto sette quadri, tra cui “Arlecchino” (1931), “Donna con velo” (1931), che risentono ancora dei suoi studi parigini (gli impressionisti, Picasso, André Derain). 
In questi anni ha stretto amicizia con molti altri pittori, che avevano le stesse sue idee sull’arte. 
Nel 1933 a Milano ha esposto delle opere insieme a loro come “Gruppo dei nuovi pittori romani” nella Galleria del Milione, luogo più importante dell’Astrattismo italiano. 
In ottobre hanno deciso di scrivere insieme il Manifesto del Primordialismo Plastico, ma in seguito a questioni su cui erano in disaccordo hanno sciolto il gruppo.
Nel 1935 a Roma ha esposto un gruppo di opere tra cui “Ritratto del pittore Paladini”, “Giocatore di ping-pong”, “Ritratto” e “Piena sul Tevere”, tra i suoi più bei capolavori. 
La critica lo ha acclamato tra i protagonisti del rinnovamento della pittura romana. 
Negli anni successivi ha fatto altre importanti mostre, ha vinto dei premi internazionali. In questi anni nella sua pittura, riflettendo anche su Cézanne, ha dato inizio a una trasformazione per cui il colore si è acceso nelle varie tonalità dei rossi, viola e arancio, mentre la pennellata si è fatta più movimentata.
Nel 1946 ha inaugurato la sua prima personale: una nutrita rassegna di opere dal 1927 al 1946. 
Dal 1947 ha soggiornato più volte in Austria, nei pressi di Lienz, dove ha disegnato cataste di legna, che gli suggerivano forme sempre più geometriche. 
Nel 1948 alla XXIV Biennale di Venezia ha presentato “Le due chitarre”, frutto della nuova fase neocubista.

Nel 1950 a Roma con grande scandalo della critica ha esordito con una nuova produzione astratta.
I colori sono diventati quasi delle cifre, dei segni in serie dalla struttura costante, che attivano lo spazio in un ritmo non sempre regolare e variabile all’infinito. La caratteristica forma a pettine è un segno attorno al quale costruire continuamente lo sfondo che diventa campo di relazioni. 
Nel 1964 Capogrossi dichiarerà di essere semplicemente in una fase più avanti del figurativo, in cui le forme naturali non sono più imitate ma assimilate. 
Negli anni del dopoguerra le sue ricerche sul segno lo affermeranno come uno dei maggiori esponenti dell’Informale in campo internazionale.
Nel 1971 il Ministero della Pubblica Istruzione gli ha dato la medaglia d’oro per meriti culturali. 
È morto a Roma il 9 ottobre 1972.
Nel 1974, dopo che l’artista aveva distrutto o riutilizzato diverse tele figurative, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna ha potuto finalmente allestire una mostra di tutta la sua attività.